#MNSF Assist, un passaggio per vincere

Voci dalla prima edizione del Meeting Nazionale per lo Sport Femminile

Arianna Crau, wakeboarder

Arianna Cau, wakeboarder

Sabato 26 settembre, ecco il Meeting organizzato Assist (Associazione Nazionale Atlete) sul professionismo negato alle atlete, ma soprattutto alle donne. L’epica finale tutta italiana degli US Open ha portato definitivamente alla ribalta questo problema: i tifosi occasionali non sanno che sportive come Flavia Pennetta, per legge, sono considerate dilettanti, ed estendendo il problema anche ai colleghi maschietti, sono pochissimi gli sport ad essere riconosciuti come professionistici.

Solo gli uomini che praticano calcio, pallacanestro (limitatamente alla serie A1), golf, ciclismo o boxe sono atleti professionisti, il cui rapporto di lavoro con la società è quindi equiparabile al normale lavoro subordinato con tutte le garanzie che ne conseguono. Ebbene, non essere riconosciuti come atleti professionisti, implica la mancanza del sistema previdenziale, del sistema pensionistico, dell’assistenza sanitaria e per le donne il diritto alla maternità. Il fatto interessante è che esiste una legge, la 91/1981, che regola la distinzione tra sport professionistico e dilettantistico, estendendo la qualifica di professionista non solo agli atleti ma anche ad allenatori, preparatori atletici e staff tecnico, tuttavia da buon paradosso tipicamente italiano non trova applicazione per i rimandi interni al CONI e ai singoli regolamenti federali. Ciò vuol dire che la legge stabilisce solo i criteri generali con cui distinguere dilettanti e non. Quello che infine ha valore normativo sono i regolamenti del CONI e delle singole federazioni che non operando tali distinzioni, fanno sì che tutti gli sportivi siano considerati dilettanti, anche quelli di serie A.

Assist da anni porta avanti questa battaglia e ha trovato due alleate molto importanti: Josefa Idem, campionessa olimpica di canoa, attualmente senatrice, e Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato.

Valeria Fedeli è la prima ad intervenire durante la conferenza, annunciando una notizia che più del grandioso ha un sentore di concretezza: il 30 settembre verrà presentato in Senato un DdL che punta a modificare la legge esistente per rimuovere qualsiasi tipo di discriminazione tra professionisti e non, ma soprattutto tra uomini e donne. La vicepresidente del Senato è molto determinata, al punto da portare la questione su un piano costituzionale: l’esordio dell’articolo 3 recita infatti “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso […]”. Se necessario, porterà il problema di fronte alla corte costituzionale.

A seguire parla con un intervento molto appassionato Luisa Rizzitelli, fondatrice di Assist. Assist – racconta – nasce da donne, ma soprattutto atlete, perché anche cessando l’attività agonistica si rimarrà per sempre sportivi e mai ex-atleti. L’associazione non ha un conto in banca, si basa esclusivamente sul volontariato e sulla tenacia con cui questa battaglia di civiltà e di rispetto” viene portata avanti.

In alcuni casi ha già raggiunto risultati importanti, come sottolineato da Tania Di Mario, capitana del Setterosa, campionessa europea, mondiale, olimpica e ovviamente dilettante. Assist ha permesso infatti nella pallanuoto l’equiparazione dei compensi tra uomini e donne; incredibilmente esistono disuguaglianze nella discriminazione stessa: gli atleti maschi sono pagati il 50% in più delle atlete femmine. Tania ha offerto una bellissima metafora, molto dolce come del resto è lei fuori dalla vasca, definendo la conquista di un diritto: “è come prendere un raggio di sole, se io mi abbronzo, a te non tolgo nulla”.

Le testimonianze portate sono numerose e tutte emozionanti, da quella di Arianna Cau, trentina che pratica wakeboard l’estate e snowboard in inverno, a quella di Elisa Trecastagne, atleta disabile e arbitro federale FIGC.

Arianna ha 21 anni e con un pullmino va da sola in trasferta, viaggiando di notte per risparmiare gli alberghi e i pasti fuori “perché, se facessi la bella vita, ciao”. Per nessuna delle due discipline Arianna, in quanto donna, ha un allenatore e si auto gestisce gli allenamenti. Questa ragazza ha la forza esplosiva di un vulcano, è una persona che non ha la più pallida idea di cosa voglia dire arrendersi, vende l’attrezzatura che non le serve per pagarsi “un viaggio di un mese nelle Filippine per allenarmi da sola, mentre la nazionale, tutti maschi ovviamente, era in ritiro in Thailandia”. Sì perché nonostante i titoli nazionali e gli ottimi piazzamenti in Coppa del Mondo e Coppa Europa, di cui deve anche pagare l’iscrizione, Arianna non è convocata in nazionale e non ha un CT.

DSC_0050La realtà della Cau è solo uno degli esempi di discriminazione, ce ne sono altri addirittura contrattuali. Per le sportive esiste infatti la clausola anti-maternità, cioè il contratto si risolve di diritto se l’atleta rimane incinta. Stefania Passaro, cestita dal grande passato, ha raccontato di essere stata definita “un barattolo di conserva”. La Passaro stanca della società in cui era perché trovava spazio solo in panchina, voleva cambiare squadra rimanendo sempre in A1 e si è sentita rispondere dal dirigente che non era detto che rimanesse nella massima serie “perché sai, se un barattolo di conserva me lo pagano di più in A2, tu vai in A2.”

Addirittura Manù Benelli, un pezzo di storia della pallavolo italiana, che ha allenato per più di 10 anni in serie A si è vista costretta a firmare una clausola a dir poco vessatoria “in cui mi si obbligava a non importunare le atlete. Io non ho mai nascosto il mio orientamento, ma mi sembra veramente assurdo che io debba firmare clausole di questo genere mentre se gli allenatori maschi si portano a letto le giocatrici poi gli viene battuta una pacca sulla spalla”.

Quella che forse è mancata è stata la comunicazione “al grande pubblico”, come spiegato da un cronista di SKY, Luca Corsolini, che suggeriva il coinvolgimento delle mamme nella battaglia sportiva. Obiettivamente dietro un atleta c’è sempre la mamma, come aveva rimarcato lo spot delle Olimpiadi di Londra 2012 “Thank you, mom” – ogni sportivo sul podio scoppia in lacrime e dice “grazie mamma”.

DSC_0008Grandi assenti della giornata sono esponenti del CONI e le pallavoliste. Ci sono infatti rappresentanti di tutti gli sport: calcio, biliardo, boxe, pallacanestro, atletica e rugby, con una giocatrice dell’All Reds Rugby, squadra che su change.org ha lanciato una petizione da 26 mila firmatari contro il CONI sempre sulla questione del professionismo per le donne. L’assenza delle pallavoliste è importante; come coinvolgimento di spettatori e media, sicuramente la pallavolo femminile è lo sport che più di tutti ha ottime potenzialità. Assenza che brucia soprattutto a Manù che dice “mi dispiace che siano assenti e purtroppo so anche perché. Nonostante queste discriminazioni, alla fine i procuratori convincono le atlete a firmare contratti pur sapendo che non saranno pagate perché tanto prima o poi i soldi li prenderanno”.

A chiudere la conferenza ci pensa Loredana Pesoli, responsabile comunicazioni istituzionali di Assist, riassumendo perfettamente tutte le sensazioni della mattinata. È arrivato il tempo  della concretezza, della voglia di agire e di fare per cambiare veramente le cose e “ottenere un diritto alla cittadinanza”. Dai tempi più antichi tutte le battaglie che hanno intrapreso le donne sono state vinte: dal diritto di voto all’abolizione del diritto d’onore. E sono state vinte perché “siamo donne e in quanto donne ce la faremo!”.

 

Federica Vassalli

Foto Giovanni Cingolani