Patrizia Panico: “Dare voce a #losportcheamiamo”

#losportcheamiamo è un hashtag che inizia a fare tendenza, ma che non può essere solo uno slogan. Di questa tendenza è bene, di tanto in tanto, tornare alle radici che l’hanno generata, alle motivazioni che spingono a raccontare le storie più disparate, quelle dalle tinte dorate, come quelle che l’oro lo vedono brillare soltanto nei sogni. Le une e le altre, vere, in egual misura.

Amiamo lo sport perché diverte, appassiona, genera sorrisi, entusiasmo, grinta, sana competizione; perché è un gioco in cui si vuole vincere, ma mai trasgredendo le regole; esaltando e affinando il proprio talento, ma mai in solitudine.

#losportcheamiamo è tinto di rosa, anche se proprio lo sport è in sé il campo in cui le questioni di genere potrebbero acquietarsi: maschile e femminile come interpretazioni di uno stesso gesto atletico, interpretazioni tali da renderlo riconoscibile ma profondamente differente: non è soltanto una questione di forza e fisicità. La pallavolo in questo senso è emblematica: maschile e femminile sono quasi due sport diversi, e divertono in modo diverso.

Eppure, lo sport in rosa, vincente nel mondo, vive in Italia una condizione di molteplice discriminazione: da quella di “sport minore” che accomuna tutte le discipline che non sono calcio (maschile); quella di “dilettantismo”, che interessa tutto lo sport femminile indipendentemente dal livello agonistico raggiunto; quella sessista, che si esprime in vario modo, dall’esaltazione dell’estetica a discapito del valore agonistico, fino alla declinazione omofoba che etichetta il mondo sportivo femminile. Espressioni contraddittorie che mostrano tutto il limite di una mentalità che procede per stereotipi.

panicoLa necessità di smontarli, e proprio a partire dall’episodio che durante la scorsa stagione ha scoperchiato il profondo vaso di Pandora che abbiamo sopra descritto, è il tema dell’intervista che ha come protagonista Patrizia Panico, simbolo del calcio femminile italiano, sempre apertamente schierata in tutte le battaglie dello sport in rosa.

Patrizia, partiamo dalle dichiarazioni di Felice Belloli, allora presidente della Lega Nazionale Dilettanti, nelle quali le atlete del calcio femminile sono state vittima, in un colpo solo, di una tripla discriminazione”: professionale, sessista e omofoba. Da dove partire per sradicare un tale pregiudizio?

Bisognerebbe partire dal RISPETTO. Nessun’atleta donna in Italia è per lo statuto PROFESSIONISTA: abbattere questa barriera significherebbe in un colpo solo
abbattere pregiudizi e discriminazioni.

Dalle righe del campo da disegnare nella finale di coppa Italia agli scioperi: si è creata una comunicazione su questi fatti tra voi calciatrici? Esiste, o è altrimenti auspicabile, una comunicazione tra atlete delle varie discipline sportive?

Mi rendo sempre più conto che da “sole” difficilmente possiamo, ognuna per la propria disciplina, cambiare le cose: unire tutte le discipline significherebbe avere un numero impressionante al quale inevitabilmente si dovrà dare ascolto.

Dalla premiazione scudetto del Verona Calcio Femminile al Bentegodi, nell’intervallo della gara valida per il campionato maschile, alla notizia che Juvenus F.C. avrà anche una squadra femminile: che rapporto c’è e che rapporto dovrebbe esserci secondo te tra calcio (sport) maschile e calcio (sport) femminile?

Per quanto riguarda il calcio la collaborazione/fusione con la maschile potrà portare dei miglioramenti nel settore femminile solo ed esclusivamente se si ha l’interesse e la volontà di far crescere il settore femminile; viceversa, se manca l’interesse, non credo che la maschile possa aiutare il calcio femminile, come è accaduto per la Torres, che addirittura è stata fatta fallire – era il Club più titolato d’Italia: dopo un anno di fusione con la maschile, ha chiuso i battenti non riuscendo neanche ad iscriversi a nessun campionato. La Torres femminile è l’unica squadra a fallire con i contributi della Regione, e questo grazie alla gestione di un anno della maschile. E’ un esempio che deve far riflettere.

Sport minore e sport femminile: è di fatto una “discriminazione” al quadrato, anche se talvolta anche gli atleti non calciatori partecipano di un destino di anonimato che vi accomuna?

Credo che gli sport minori siano tali perché in Italia oltre al calcio e altri pochi sport non ci sia interesse; però, non si può parlare di discriminazione, ma di interesse: nel calcio femminile, fermo restando che sempre di calcio si sta parlando la cosa cambia.

Nemmeno l’oro della Cagnotto e la finale tutta italiana degli US Open sono state sufficienti a dedicare la prima pagina del più importante quotidiano sportivo nazionale ad un evento che non sia il calcio – o il ciclismo storicamente sponsorizzato dal quotidiano rosa: che cosa dovrebbe accadere perché la stampa oltrepassi le logiche di mercato e renda il giusto onore a chi merita?

Credo che le donne debbano cominciare ad occupare posti dirigenziali e manageriali importanti per far in modo che questo trend maschilista che vige in Italia possa finalmente avere una svolta.

In che senso uno sport è “minore”, quali fattori entrano in gioco in questa definizione? Quale miccia, a tuo parere, deve accendersi perché una disciplina in ombra possa emergere?

E’ chiaro che gli investimenti possano essere un trampolino di lancio per uno sport minore, investimenti che racchiudano sia la volontà di promozione mediatica sia la volontà di margini di guadagno per dare la possibilità ai genitori di intravedere un futuro roseo per il figlio, e non vedere lo sport solo come un hobby

Sei intervenuta nel dibattito che riguarda la candidatura di Valentina Vezzali come ministro dello sport: quali sono le caratteristiche imprescindibili per una persona che voglia ricoprire questo ruolo?

Non mi piacciono le candidature a visibilità mediatica: sono per la competenza, l’esperienza e la capacità politica, questo il ministro dello sport deve, per me, possedere. Dite voi se la Vezzali incarna queste qualità.

Le velociste giamaicane dopo la vittoria nella 4×100 sono state “oggetto” di un articolo dedicato esclusivamente al loro look; la comunicazione dello sport attraverso l’immagine può essere una chiave promozionale soltanto se l’immagine non offusca il valore di un storia e di un’impresa sportiva. Può l’immagine di un’atleta comunicare senza essere strumentalizzata o siamo troppo avviluppati, anche inconsapevolmente, in logiche sessiste?

Credo che l’atleta donna debba essere valutata per ciò che esprime sul campo; questo è il mio metro di giudizio, in fondo a Chiellini nessuno chiede di essere anche bello!

Professionisti e dilettanti: a chi crede che lo sport non la soddisfi, potresti dare la tua definizione di sport come professione? Da dove partire perché chi vi si dedica a tempo pieno possa essere a tutti gli effetti un professionista?

locandina meetingCredo che il termine professionista intanto racchiuda la parola professione, e chi fa sport e dedica la propria vita e propria quotidianità a questo sport così come i colleghi uomini, possa essere considerata professionista, altrimenti è discriminazione. Essere professionista è semplicemente avere l’opportunità di esprimersi al massimo, per ora le donne non hanno questa possibilità.

Diamo l’appuntamento al Meeting dello Sport Femminile promosso da Assist, che si terrà a Roma il 26 settembre: perché è importante e perché è importante esserci?

Il meeting è importante perché ha la possibilità di dar voce a esistenze femminili che purtroppo in Italia vivono lo sport come se fosse solo ed esclusivamente una passione, quando in realtà dietro si celano anche tanti sacrifici, impegni rinunce alle quali nessuno vuole dare il giusto riconoscimento.

Importante esserci, e noi in un modo o nell’altro ci saremo, per ascoltare tante voci e dare voce, all’unisono, a #losportcheamiamo.

A cura di Martina Ricca

 

Si ringrazia Assist – Associazione Nazionale Atlete per le immagini